dichiarAZIONE d'intenti / by Alessandra Bolli

Lo spazio è il punto di concentrazione dell’architettura dei tempi.

Lo spazio, articolato in vuoti e pieni, luce ed ombra, è il contenuto del volume, è la concretizzazione della spazialità, e non necessariamente la sua impronta al negativo.
Quale compito, quale responsabilità ha un architetto nel progettare un vuoto che presenta caratteristiche sensoriali oggettive, sottoposte a percezioni squisitamente e pericolosamente individuali?
Non siamo forse portati a creare il mondo che percepiamo?
Non perché non esista realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà in modo tale che si adegui alle nostre convinzioni sul mondo, per adattamento e sopravvivenza.
Come altro far convivere la sede della fondazione Beyeler a Basilea, di Renzo Piano, con la Vitra Fire Station a Well am Rhein di Zaha Hadid? La serena pacatezza col disorientamento totale?
Occhi in movimento, sul mondo in movimento: successione continua, veloce, fitta, semi-incomprensibile di immagini, linguaggi, esperienze.
Come avrebbe proceduto Eric J. Hobsbawm nella sua distinzione del Novecento in fasi, dopo l’11 Settembre 2001?
Età dell’insicurezza!
E allora le risposte sono di due tipi: la contrapposizione di una “Città del Sole”, mitigata, lenta, un tempio godibilissimo… oppure, oppure lo sgretolamento del suolo sotto i piedi dell’umanità.
Ora, è pur vero che in formazione, lo scopo è quello di attrezzarsi contro l’accerchiamento estetico che sta colpendo l’architettura, ma fino a che punto rimanere con i piedi per terra, se è quella di trent’anni fa?

La moda sta entrando in dissolvenza incrociata: i non addetti ai lavori prima si opposero ferocemente ( l’etagere fine ottocento nel living e il cellulare d’ultima generazione coesistono nel 2009, come si andasse in giro in carrozza! ), poi hanno ceduto, ora viaggiano per l’Europa blaterando di organicità, deframmentazione, Nouvel, Herzog e De Meuron, Fuksas ( ché fa tanto glamour, sull’onda di Nonsolomoda! ).
La dimensione etica non è presa in considerazione, sostituita dall’estetica. Tutto ciò che è effimero non può fermare alcun valore, ma proporre spunti, questo sì.
La flessibilità, la sperimentazione, l’ibridazione, la contaminatio di grammatiche differenti che metta anche a dura prova l’identità dell’architettura stessa.
Quando si fa tecnologia, mente: il Centre Pompidou è un dispositivo per esporre dove l’estetica della macchina contribuisce alla misteriosa complessità di spazio futuribile, eppure scardinata è pur sempre un ammasso di impianti a vista.
Quando si camuffa nel contesto, mente: l’architettura è l’inizio di qualcosa che natura non è. Mimesi è menzogna, se non denunciata.

La collocazione nel tessuto urbano di un oggetto architettonico può essere uno strappo, o una sapiente cucitura, laddove la permeabilità rimanga leggibile, ma c’è sempre un taglio da quel che è fuori dall’essenza costruttiva, che al più può instaurare un dialogo serrato con essa.
Se questa scelta, determinata da un’accurata analisi del contesto, è già progetto, allora occorre che venga formata una coscienza tale che riesca a cogliere le diverse potenzialità del sito per trasformarlo finalmente in luogo. Per quanto però possa essere un processo dall’aspetto scientifico, la discretizzazione dei punti salienti sarà estremamente legata alla personalità di chi osserva.
Inizia così un’esperienza intima nel pensatore.


E’ una lotta di forze e di energie.

Maggiore è la consapevolezza del progettista, maggiori sono le possibilità che trovi una chiave per entrare e procedere nell’interpretazione, perché le problematiche del programma architettonico a un certo punto trovano la brillante soluzione, e non si tratta di Genio, si tratta di scintilla, magari non del tutto corretta, perfettibile, ma questa è l’idea sintetica, che spingerà a uno studio interpretativo degli esempi esistenti, mai ad un banale ricalco.
Quello che ci differenzia è quel guizzo d’immaginazione, nutrita dalla memoria e dall’azzardo, nella via krupp della spiegazione irrazionale del cosa, come e perché.
Avvalersi della geometria euclidea come strumento di riferimento a sostegno della fantasia non credo sia più possibile oramai.
Forse consente di dichiarare l’ordine interno trasmissibile, ma nel Guggenheim di Bilbao? E’ flusso complesso, non geometria complessa da rintracciare.
L’orientamento non esiste; le superfici concave e convesse accolgono e respingono, avvolgono brani musicali di luce; il limite inganna.
Gilles Deleuze, ne “La Piega”, descrivendo il Barocco, definisce la piega come prolungamento all’infinito: ciò che è molteplice non è solo ciò che ha molte parti, ma anche ciò che può essere piegato in molti modi.
La superficie del museo rimane fluida. I corpi sono riconoscibili ma in divenire, sfumati in un magma freddo. E’ principio osmotico.

Limitare è il primo atto compositivo.
Il limite è luogo d’interazione dinamica, di continuità plastica, sede di opposte tensioni, ad oggi non controllabili con pianta e sezione o almeno non solo.
L’evoluzione dei programmi di modellazione cad ha permesso che fossero pensabili e realizzabili perché totalmente sottoposte a controllo tridimensionale: il computer è protesi immaginativa che consente il morphing della mente creatrice e dell’oggetto virtuale, badando a che non diventi per entrambi un rapido passaggio alla disidentità, né al virtuosismo egocentrico fine a se stesso.
Nella contemporaneità la lettura è ininterrotta.
Non esistono luoghi segregati o nascosti, piuttosto un “unicum” la cui pelle comunica con linguaggio contraddittorio o con alternata cadenza.

E’ questo un edificio bugiardo? Non fintanto che il suo apparato strutturale dichiari la sua organicità, come lo scheletro per il corpo, anche con sistemi variegati di parti tra loro differenti, e basterà pensare ai polmoni che non corrispondono esattamente alla cassa toracica, costituita ad hoc per la respirazione.
Un’architettura sussurra trame opache e dure, o trasparenti e fragili, urlando la sua radiografia.

Elogio della Complessità, se forme semplici e regolari venissero modificate a ritmi sostenuti (Edward Scissorhands), se i tracciati regolatori fossero sovrapposti ed intrecciati, se una parvenza di simmetria di peso tendesse ad un accenno di equilibrio, pronto a lasciarsi cadere, allora sì, starei tessendo la MIA venustas!

Un discorso la cui sintassi fosse particolarmente italiana e certo non anglosassone, il cui manifesto fosse una labirintica chiarezza come una divina sequenza-immagine cesellata al montaggio, la relatività di Einstein, la quarta dimensione, l’osservatore sul binario della cameracar, a bearsi della successione dei quadri prospettici, o immobile, eppur in movimento, come il mondo del mio tempo, che vorrei cavalcare, non domare, mai subire.